Pastorizia

Il bestiame, in numero sempre consistente, veniva allevato allo stato brado, per cui la sua produttività era condizionata notevolmente da fattori fisici e meteorologici. Le greggi erano, come d'altra parte sono tuttora, nomadi e i pastori andavano incontro agli stessi disagi cui era sottoposto il bestiame. Generalmente gli spostamenti erano molto frequenti all'interno dello stesso territorio di Oliena. Nel periodo estivo molte greggi transumavano verso le montagne del Gennargentu. Non esistevano ricoveri per il bestiame né scorte di mangime, per cui, quando il pascolo veniva a mancare, i pastori cercavano di rimediare con frasche di olivastro. Ma un tale ripiego non bastava, nelle annate di siccità, ad evitare le morie di bestiame, come quelle che si verificarono ad esempio fra il 1913 ed il 1915.
Il formaggio veniva prodotto artigianalmente con rudimentali attrezzi nello stesso ovile, ma dopo l'impianto dei primi caseifici alla fine del secolo scorso, l'incetta del latte determinò un forte calo della produzione destinata al consumo locale, con tutti i riflessi negativi che il fenomeno poteva comportare soprattutto per le classi più povere.
La forma di conduzione era quasi sempre diretta, con o senza salariati, fatta eccezione per i grossi proprietari di terre e bestiame, i quali talvolta affidavano ad un pastore il gregge per cinque anni, con varie forme di contratto, la più comune delle quali era quella di suddividere per metà il prodotto: formaggio, agnelli, lana, ecc.

Non dissimile da quello dei contadini era il tenore di vita dei pastori che non possedevano pascoli in quanto erano costretti a rispettare i contratti di affitto ed a pagare le tasse anche nelle annate di siccità. Infatti le circolari prefettizie piovevano ugualmente, incuranti delle annate disastrose, per elevare le tasse che colpivano anche le bestie allevate in casa per uso familiare e, nel periodo fascista, persino il cane da guardia che il pastore si presupponeva dovesse possedere.
All'assenza di provvidenze statali ed ai dannosi provvedimenti legislativi, la categoria dei pastori cercava di rimediare con particolari forme di solidarietà tramandate da secoli e talvolta con la pratica dell'abigeato.
Oltre alla categoria dei lavoratori agricoli e dei pastori, vi era quella artigianale, rappresentata dai falegnami, fabbri, muratori, conciatori, tessitrici ecc.(1) Il livello di vita rimaneva basso anche per questa categoria. Solo i commercianti a volte anche usurai, i professionisti e i pochi «grossi» proprietari di terre e bestiame, talvolta anche incettatori di prodotti della pastorizia, potevano considerarsi benestanti.
Il quadro socio-economico fin qui tracciato, che sembra essersi cristallizzato nel tempo fino a tutta la prima metà del nostro secolo, comincia però ad evolversi nel decennio successivo per un insieme di cambiamenti che investono il paese.

Vengono infatti introdotti i mezzi meccanici nelle tecniche agricole, sorgono, accanto ad iniziative imprenditoriali a carattere individuale, le prime cooperative, quali l'Oleificio e la Cantina Sociale, mentre il Comune attua una prima valorizzazione delle bellezze paesaggistiche della montagna e delle sorgenti del Gologone, e la bonifica della valle di Lanaitto. Ma a caratterizzare questo periodo sarà soprattutto la massiccia opera di trasformazione agraria del territorio che, se non vede costituirsi aziende agricole moderne capaci di garantire un reddito stabile e sufficiente per gli addetti, contribuisce comunque ad innalzare il tenore di vita degli abitanti e a creare i presupposti per un notevole incremento della produzione vinicola e olearia.
Il territorio olianese, in virtù anche dei contributi regionali, diventa così un vero e proprio cantiere che, oltre ad offrire lavoro alla mano d'opera locale, richiama decine di braccianti agricoli dalle aree più depresse del circondario e frena l'esodo migratorio, che ad Oliena viene contenuto entro limiti modesti rispetto a quanto accade in molti altri paesi sardi.

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Note

1. «La più parte degli olianesi danno lor opera all'agricoltura e alla pastorizia, gli altri ad altri uffici o mestieri;... fabbri ferrari, falegnami, scarpari, bottai... conciatori che faticano in sette concie, sei alla maniera sarda, i cui prodotti si vendono alla gente del volgo, la settima secondo l'arte francese, dalla quale si mettono in commercio marocchini e vacchette. Si aggiungano quindi da 35 persone che lavorano in 15 fornaci di calce...; infine i fabbricatori di tevoli e mattoni. Due terzi delle donne tessono lini e lane per vesti, letti e bisaccie». G. Casalis: «Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale».

Data di ultima modifica: 09/02/2017


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